Diceria dell'untore
Autore: Gesualdo Bufalino
Nell'estate del 1946 un giovane reduce affronta, dopo quello della guerra,
un nuovo «apprendistato di morte» nel sanatorio della Rocca sulle alture
di Palermo. Fra i compagni di consunzione trova altri reduci: il colonnello,
Sebastiano, i due Luigi, l'Allegro e il Pensieroso, Giovanni, Angelo e
frate Vittorio il cappellano. Tutti sono sospesi alle prognosi ferali
del medico del sanatorio, il nobiluomo Mariano Grifeo Cardona di Canicarao
detto il Gran Magro, un «inquilino bisbetico» del mondo disposto ad ammettere
- con beffarde argomentazioni - l'esistenza di Dio, perché «non c'è colpa
senza colpevole».
Il Gran Magro ha stabilito un rapporto privilegiato con il protagonista,
un io narrante che ha «più letto libri che vissuto giorni», perché si
offre «ascoltatore acquiescente per le sue empiaggini». La contiguità
con la morte e con il sublime alimenta fra i malati meditazioni e filosofiche
riflessioni a confronto, come quelle di padre Vittorio, che tenta di convertire
alla fede il protagonista, finendo con l'essere contagiato dal suo scetticismo.
Alla Rocca «l'attesa della morte è una noia come un'altra»; i giorni infuocati
dell'estate mediterranea distraggono dalla malattia e dalla fine, assimilata
a «un paravento di fumo fra i vivi e i morti». Ad animare l'attesa provvede
il Gran Magro, allestendo con i pazienti spettacoli di arte varia. In
un numero di danza di «aerea scrittura» si esibisce Marta Blundo, una
ventenne diafana come un serafino, «dalla vita sottile e dalle ali roventi,
con occhi come ciottoli d'ebano nel fiero ovale ammansito da una corta
chioma di luce». Folgorato da quell'«angelo nunciante», il protagonista
l'invita a uscire con lui per i brevi giorni che incalzano, ma il Gran
Magro, accortosi dell'invito, gli intima di tenersi lontano dalla donna.
Il giovane apprende che la tisi di Marta è a uno stadio terminale, che
la ragazza ha danzato alla Scala, è stata l'amante di un ufficiale tedesco
del capo per collaborazionismo. È «due volte intoccabile», ma per un garbuglio
di moti d'animo generato dalla comune condizione di esclusi, sente nascere
dentro di sé una passione lucida e intensa.
Nell'impossibilità di comunicare con Marta nel reparto femminile, il
giovane tenta di distaccarsene con una vacanza nel paese natale, ma è
un soggiorno estraniato perché è «difficile stare morti fra i vivi». Tornato
alla Rocca, a cui sente ormai di appartenere, riesce a mettersi finalmente
in contatto con la ragazza e a incontrarla in città nelle libere uscite.
Durante gli incontri Marta narra di sé con ambiguità e reticenze: un racconto
tra «crepacuore e teatro» in cui allude anche alle «carezze di vecchio»
del Gran Magro. La vicenda, disseminata di prefigurazioni, minute epifanie
di morte e di salvezza, si conclude con la fuga in macchina dei due amanti
nei paesi del Palermitano: un viaggio disperato che per la donna è un
congedo definitivo e per il giovane, il quale ha avvertito i segni della
guarigione, un rinnovato confronto con la vita e con la Storia (quando
incontra un corteo di contadini diretti all'occupazione di un feudo).
Marta, stremata da violente emottisi, muore in un alberghetto del litorale,
e il giovane apprende dai documenti il vero cognome, Levi, che con «un
bagliore di stella gialla» si riverbera sull'infelice biografia della
compagna. In seguito muoiono tutti gli altri; e muore con un ghigno anche
il Gran Magro, lasciando uno scartafaccio di scritti osceni e blasfemi.
Scampa solo il protagonista, con il rimorso d'aver tradito «il silenzioso
patto», stretto con i compagni della Rocca, di non sopravvivere ad essi.
Per lui, reciso il «comodo cordone ombelicale col sublime», dismessa la
parte di prim'attore di tragedia, si riapre, con il ruolo di comparsa,
il tempo ordinario dei giorni. Se la morte resta uno scandalo, la guarigione
è una caduta da cui potrà riscattarsi rendendo «testimonianza, se non
delazione, d'una retorica e d'una pietà», componendo la sua diceria.





