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Nuova brillante idea
di Riccardo Reim
Teatro Italia - Roma
Siamo un po’ in ritardo per
Lo Schiaccianoci,
il più "consumato" fra i balletti natalizi.
Sarà per quella sua ambientazione festosa, per quell’enorme abete addobbato che troneggia in tutte le versioni, classiche o moderne che siano, ma in pochi notano che Lo Schiaccianoci è uno dei balletti velatamente più tristi che siano mai stati prodotti. Narra della disillusione infantile, di quel salto che tutti noi siamo costretti a fare passando dal mondo dei sogni a quello reale.
Questa versione proposta dal Balletto di Roma, in scena fino al 20 gennaio al Teatro Italia di Roma, si attiene proprio all’aspetto “noir” de Lo Schiaccianoci - più di quanto tutte le versioni (più che numerose) finora non abbiano fatto - grazie al libretto riscritto per intero da Riccardo Reim. Chi conosce la versione “classica”, chiamiamola così, non farà comunque fatica a rileggere le immagini proposte con l’attenta regia e coreografia perlopiù contemporanea di Mario Piazza.
È ambientato in una atmosfera che ha un “non so che” di cibernetico, colori metallici, tv sulle quali vengono proiettate immagini alla velocità spasmodica dei videogame. Spari, esplosioni, un bombardamento. Fritz e Clara bisticciano per il comando dei canali. Cambi sempre più rapidi. Le televisioni si accendono e si spengono. Sono le scene davvero fantasiose di Giuseppina Maurizi. L’albero di Natale c’è, ma è solo un’”idea” data dalle luci posizionate ad arte.
Fedele alla storia originale, nella festa di Natale in casa si infiltra fra gli invitati il Mago Drosselmeyer che fa il suo dono a Clara: uno schiaccianoci.
È un regalo molto speciale, poiché, come tutti i doni del Mago, prende vita. Così durante la notte, nei sogni di Clara, lo Schiaccianoci vive.
Interpretato da Andrè De La Roche lo Schiaccianoci è una sorta di alter ego del Mago Drosselmeyer. Se in tutte le possibili versioni nei sogni di Clara - personaggio idealista e innocente del balletto - diventa anche il suo Principe, qui finisce per esserne l’incubo. Così, Principe dei suoi sogni diventa invece il caro fratellino Fritz, protettivo e coraggioso, in grado di fronteggiare uno Schiaccianoci sinistro e malvagio che vuole addirittura ucciderlo.
Sebbene sia una versione innovativa non si è rinunciato alla battaglia del Principe con il Re dei Topi, né alle danze di carattere sulle meravigliose musiche di Petr Il’ic Cajkovskij. Tutto ha il sapore della parodia. Tutto è portato all’eccesso. C’è sempre una seconda verità nascosta. I giocattoli animati di Drosselmeyer non sono che una realtà ingannevole che nasconde sempre un risvolto di crudeltà e violenza. Il Valzer dei Fiori sembra essere un momento di gioia ma i fiori celano veleni mortali e spine affilate come coltelli.
Sempre a De La Roche spetta la parte della Fata Confetto, assai lontana dall’ideale fiabesco di fata. E’ grassa, sgraziata, dai modi buffi e villani, civettuola e forzatamente leggiadra. Molto più convincente in questa parte mimica en travesti, De La Roche ormai, diciamolo, non è più in grado di stupirci con i suoi batments né con le sue pirouettes (che risultano spesso incerti e poco elastici). Sorge a questo punto spontanea la domanda ahimé irriverente: “Sarà per arbitrario volere del drammaturgo il voler separare lo Schiaccianoci dal ruolo del Principe? Oppure è una chiara necessità tecnica?”. Insomma, è nato prima l’uovo o la gallina?
Plauso invece ai due protagonisti, Clara (Azzurra Schena) e Fritz (Hektor Budlla), freschi, deliziosi e ben preparati. Fritz è sì un fratello protettivo oltre che Principe possente. Tecnicamente imponente ed elegante quanto basta per catturare l’attenzione sulla sua presenza scenica. Clara è sognatrice, flessuosa, morbida e leggera. Anche lei forte nella tecnica. Una coppia che probabilmente emerge anche troppo dal gruppo, omogeneo ma poco incisivo.
Un’idea davvero interessante quella de Lo Schiaccianoci del Balletto di Roma, ma molto più forte nell’idea drammaturgica che nella danza in sè. Ottimo per il grande pubblico ma meno soddisfacente per quello di "nicchia".
Mi chiedo come sarebbe, interpretato da una compagnia di spessore.
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